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Ci sono adolescenti che si sentono brutti.

Una bruttezza che riguarda il corpo, ma anche parti dello spirito e delle capacità relazionali.

Un giudizio severo, che in alcuni casi sembra il frutto di un vedersi brutti con “gli occhi della mente”.

Un giudizio in alcuni casi emotivo, in altri cognitivo: alcuni adolescenti vedono il loro corpo brutto e lo giudicano di conseguenza.

Ci sono volte in cui, questa bruttezza, la vedono riflessa negli sguardi delle persone, a maggior ragione se chi guarda è un coetaneo.

Spesso il vedersi brutti, riguarda una porzione di corpo, di solito di un elevato significato simbolico.

In ogni caso, lo stato d’animo che deriva dal sentirsi brutti, dal vedersi brutti, dal percepirsi brutti agli occhi degli altri, è carico di rabbia, vergogna, dolore, disistima nei propri confronti.

Un dolore per cui si pensa non ci sia consolazione, insopportabile fino al punto di credere che la “bruttezza” sia il frutto di un’ingiustizia, di un accanimento da parte della natura, del fato.

Adolescenti, fra tormenti ed entusiasmi

E’ così un po’ per tutti i ragazzi, anche per quelli che sono stati dotati di un bell’aspetto da madre natura.

Una lotta continua davanti allo specchio, per governare un corpo che non si riconosce più.

Gustavo Pietropolli Charmet, parla di questo rapporto contrastato con il proprio corpo nel suo libro “La paura di essere brutti. Gli adolescenti e il corpo”.

Charmet è convinto che oggi, in una società in cui la bellezza è osannata, ci sia il rischio che la paura più grande, soprattutto per i più giovani, ma non solo, sia quella di non essere abbastanza belli, talmente tanto da non poter costruire relazioni sociali.

Senza via di scampo

Il ragazzo spesso sente di non avere scampo dalla sua “bruttezza”, ci pensa molte ore al giorno ed è dominato dalle emozioni negative, fino a diventare ruminazione ossessiva, che sembra essere senza via d’uscita.

Non è facile accorgersene

Mentre la bellezza si sfoggia, la bruttezza è qualcosa che di solito si tiene nascosta, è solitaria.

Con lei, l’adolescente che sente di esserne portatore, cerca in tutti i modi di sfuggire dallo sguardo degli altri, che possono riconoscerlo e schernirlo, facendolo morire di vergogna.

Le azioni della bruttezza

Se la bruttezza è senza parole, parla attraverso i comportamenti.

Sono molte le pratiche a cui un adolescente, che si sente brutto, ricorre per crearsi un angolo dal quale osservare il mondo la fuori, senza essere visto:

  • l’isolamento: come tentativo per difendersi dall’impossibilità di lasciarsi guardare dai compagni di classe, dalla gente per strada, fino a diventare degli eremiti, chiusi in casa, nella propria cameretta, rifugiati nel proprio pc, dove per poterti relazionale agli altri basta un corpo virtuale. Dietro al pc il giovane si sente protetto, può giocare la propria identità alternativa, sognata, senza dover affrontare il giudizio degli altri.
  • L’autolesionismo: come punizione, come tentativo di liberarsi dalla convinzione di non avere valore, da quel senso di pena verso se stessi per la propria inadeguatezza a vivere la propria esistenza.
  • I disturbi della condotta alimentare: quasi come moto di ribellione ai canoni di bellezza imposti dalla nostra società.

Sono soprattutto le ragazze maggiormente a rischio, anche se il fenomeno è in aumento anche fra i ragazzi.

Si sottopongono ad un regime alimentare restrittivo e sbilanciato per riuscire ad emanciparsi.

Certo, non tutti gli adolescenti che si mettono a dieta soffrono di un disturbo alimentare.

È importante allora, per gli adulti che sono vicini a loro, capire se il tentativo di dare una nuova forma al proprio corpo è una fase “fisiologica” o frutto di un dolore dell’anima.

Attenzione alle pressioni sui nostri figli

Spesso, senza che il genitore se ne accorga, manda messaggi che invitano i figli alla socializzazione con successo, al farsi vedere sicuri di sé ed autonomi nel rapporto con gli altri, all’eccessiva competizione con il prossimo.

Ideali narcisistici che vengono instillati nei ragazzi, fin dalla tenera età e che possono innescare esperienze dolorose mortificanti, fino al punto di spingere alcuni ragazzi a rinunciare alla sfida di crescere e soddisfare i propri bisogni evolutivi, perché troppo elevato il senso di inadeguatezza ed il timore di deludere gli altri.

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